Matteo De Foresta alla fine del lockdown, il racconto di Marvin Menini
Il medico-scrittore – autore degli ormai popolari romanzi gialli che raccontano le avventure noir di un giornalista genovese (pubblicati da Fratelli Frilli Editori) – immagina il primo incontro del redattore con i suoi amici di sempre alla fine della quarantena, in un locale sul mare del levante genovese. Non può mancare l’imprevisto
In questi giorni tristi e bui mi sono trovato a pensare… mi ha tirato su immaginare il giorno in cui Matteo ed i suoi amici si sarebbero ritrovati dopo la quarantena ai Monumento. Ne è uscito questo racconto, spero che vi piaccia. Un grazie sentito anche a Carlo Frilli che ha sposato all’istante l’iniziativa.
Buona Pasqua a tutti!
Marvin Menini
APERITIVO AI MONUMENTO
Il sole mi scalda le guance, l’aria profuma di pulito e d’estate. Sono seduto nel posto che preferisco al mondo: ai bagni Monumento, di fronte a un mare così calmo e tranquillo che se mi dicessero che è finto ci crederei. Pennellate tenui di azzurro e blu, sopra le quali il sole gioca con il suo riflesso intenso e a tratti abbagliante. La roccia della scogliera si scalda, diffonde effluvi di pitosforo e timo. Sono in pace con il mondo e mi sembra di essere un po’ una lucertola che esce dopo tanti mesi, anche se inizio ad avere davvero caldo.
L’unica cosa fresca è il rum cooler che reggo nella mano destra e che mi addormenta appena la punta delle dita.
Inspiro a fondo e sorrido. È la prima volta che esco da quando è scoppiato tutto il casino del Coronavirus. Alla fine hanno riaperto i locali, i negozi.
La vita di tutti i giorni ha ripreso piano piano, come qualcuno che si sveglia dopo un lungo sonno e, prima di balzare in piedi, si stiracchia e sbadiglia a lungo.
Anche il vecchio stabilimento che è da sempre il ritrovo della nostra compagnia ha tirato su i battenti. E noi abbiamo deciso subito di festeggiare.
L’appuntamento era alle diciassette in punto. Andrea Ferrando, uno dei miei due migliori amici, aveva una riunione in ufficio e così anche l’altro balordo, l’ingegnere Bruno Cevasco.
Mi hanno fatto passare come al solito per quello che non ha niente da fare. Non è colpa mia se, uno dei pochi vantaggi del mestiere di giornalista, è che ti puoi gestire il tempo come meglio credi. Lo dicessi ad Andre, sparerebbe subito il suo “belin, siete come gli avvocati. Non fate un cazzo dalla mattina alla sera”.
Un po’ di ragione ce l’ha in fondo: io sono qui dalle tre e mezza. Ho preferito arrivare prima, salutare il gestore del bar e prendermi il nostro solito tavolo sul terrazzo, a strapiombo sul mare. Avevo voglia di godermi questo mare da solo, riflettere. Pensare a come le nostre vite riprenderanno dopo tutti questi morti, i mesi di paura. Credere che davvero magari cambierà qualcosa. Starà a noi, tutto questo. Provarci, per lo meno.
Mai come in questo momento il futuro è nelle mani della mia generazione. Quelle prima hanno fatto le guerre, il sessantotto da una parte o dall’altra. E noi? Ecco, forse adesso ci toccherà prendere le redini di questo mondo ferito e tentare di cambiarlo in meglio.
Metto i piedi in alto sopra un’altra sedia e mi godo un po’ di musica in santa pace. In questo momento, il mio lettore MP3 sta riproducendo un vecchio pezzo di Springsteen, Badlands, e non posso fare a meno di pensare alle analogie con quanto abbiamo appena superato a fatica. Penso di nuovo a quanta gente è morta, agli amici che hanno perso i loro cari. A quelli che hanno rischiato di morire e si sono salvati. A tutto il dolore a cui abbiamo assistito, ai momenti di sconforto ma anche a quelli di speranza. Un filo di pelle d’oca mi scorre lungo le braccia. Prendo fiato. Oggi, però, non voglio più pensarci. Oggi mi sento un bimbo felice: perché dopo mesi di telefonate riuscirò a vedere di nuovo i miei balordi preferiti, Bruno e Andre. I miei migliori amici dalle medie. E non solo loro.
Luca, il barista dei Monumento, viene fino al mio tavolo e si sbraccia. Io tolgo le cuffie.
“Dai, Matteo, con quei piedi sulla sedia. Primo giorno di apertura e mi tocca già sgridarti”.
Una voce alle sue spalle lo sovrasta.
“Non ti incazzare, Lu. Lo sai che è una belina calzata e vestita.”
Andre è lì in piedi, che mi sorride. Io sento il cuore esplodere, gli occhi che si inumidiscono. Mi alzo in piedi e lo abbraccio come forse non facevo dal giorno della sua laurea. Lui risponde tirandomi il solito pugno sulla schiena che mi fa scendere subito la poesia del momento.
“Fa strano abbracciare qualcuno, vero?”, gli dico.
“Sì, ma non ti eccitare adesso. Non vorrei mai che i mesi di solitudine ti avessero fatto venire qualche idea strana, Ciccio.”
“Sei il solito minchione”
Andre annuisce compiaciuto, poi aggrotta le ciglia e mi scruta.
“Belin se fai schifo.”, mi dice. “Non che prima fossi proprio un adone, ecco. Ma adesso sei veramente inchiavabile.”
Io sospiro, mi metto le mani sulla pancia e gli mostro la cintura che è due buchi più in là del solito.
“Eh, stare a casa mesi senza fare niente. È il minimo. Ma ora ripartiamo con il calcetto e…”
“…e tirerai come al solito un pacco ogni due. Lascia perdere, Ciccio. Ormai la panza ce l’hai e te la devi tenere. Alla tua età poi è impossibile da tirare giù.”
“A parte che sei vecchio quanto il sottoscritto. E poi, mica siamo tutti come te; che andresti studiato dalla NASA. Mangi per tre, ma non ti ho mai visto con un etto in più in tutta la mia vita.”
“Metabolismo veloce”, mi risponde.
“Io lo chiamo culo.”
Lui sorride.
“Ma veloce.”
Scuoto la testa e gli sorrido.
“Dai, sediamoci che mi sono già rotto di stare in piedi.”
Andre spalanca gli occhi.
“Eh, non vorrai mica bruciare quelle tre o quattro calorie stando in piedi, vero?”
Il mio amico si accomoda, ordina un Negroni e ci mettiamo a parlare delle solite tragedie che ci affliggono da anni: di sua moglie che gliela molla una volta al mese e in più giusto il giorno del suo compleanno, della crisi economica dopo tutto questo casino, per finire la tragedia più grande di tutte: la nostra squadra del cuore.
“E tu? Donne?” mi chiede.
Io sospiro.
“E quando mai? Segregato in casa. Avevo un mezzo intrallazzo con una, vedremo che succede.”
“Io mi riferivo alle tue, di donne. Barbara e Margie.”
“Ah”
“Fai presto a dire ah. Come stanno?”
“Lo sai benissimo”, gli rispondo. “Tua moglie e Babe si saranno sentite venti volte al giorno come sempre.”
“Che c’entra. Lo voglio sentire da te.”
“Così vedi se collimano le versioni e puoi ciattellare meglio?”
Andre sbuffa.
“Sei la solita belina irritante, Ciccio. No, lo voglio sentire da te e basta.”
Io faccio spallucce.
“Bene, grazie al cielo. La nana è stata un po’ da me e un po’ da sua mamma. Ho cercato di lavorare da casa il più possibile. Quindi Margie l’ho vista più del solito. È stata l’unica nota positiva della quarantena. Per il resto, insomma, lo sai com’è la vita da genitori separati.”
“A dire il vero no, grazie al cielo.”
“E come vuoi che sia. Oggi da me domani da lei. E così via. Quando è stata a casa mia, ha praticamente sequestrato il televisore per guardare ogni singolo cartone animato mai prodotto in tutto il mondo. Si è ingozzata di pizza e schifezze. Per lei è stata una specie di vacanza, alla fine. Ha avuto i suoi momenti di paura, piccina. Ma i bambini sono così. Riescono a compensare meglio di noi adulti. O forse, fingono e basta. E lo fanno così bene che ci caschiamo.”
Andre se la ride.
“Bravo, un padre modello: salutista e attento. E pure questa perla finale da pedagogo. Mi hai commosso.”
Gli tiro un pugno sulla spalla e lo mando a quel paese.
“E tu?”, gli domando.
“Stessi problemi ma raddoppiati. Elisa si è guardata undici stagioni di Don Matteo e credo pure la disperata vita di Dolores Defuego.”
“Questo non l’ho mai sentito.”
Andre allarga le braccia.
“Ma sì, è per dire. Manco esiste. Però il nome rende l’idea no?”
Io annuisco con un sorriso.
“E Marilde?”
“Mia figlia? Come la tua. Pizza, schifezze, capricci. Stavo per scioglierla nella vasca con l’acido muriatico. Ma sono un padre modello, io. Mi sono trattenuto.”
Luca porta il Negroni ad Andrea. Brindiamo con i nostri drink.
“E il cialtrone?”, domando.
Andre tira fuori il cellulare. Guarda l’ora, le cinque e venti.
“In ritardo, come al solito. Aspetta che lo chiamo.”
Il mio amico schiaccia il tasto verde e porta il telefonino all’orecchio. Dopo un po’ attacca.
“Niente, da libero ma non risponde.”
Io do un’altra sorsata al rum cooler.
“Arriverà. È mai stato puntuale in vita sua?”, domando.
“No. Ma mi ci gioco le palle che è andato a chiavare da qualcuna. Vedrai.”
Io e Andre ci perdiamo in altri discorsi. Sulla pandemia, sul mondo che aspetterà le nostre figlie. Quando ordiniamo un altro giro, alle sei e dieci, Bruno spunta trafelato e si sbraccia da lontano.
“Testedicazzoooooo”, urla. Gli altri avventori dei Monumento si girano a guardarlo, Luca il barista scuote la testa e si passa la mano sulla faccia. Il Ceva arriva al tavolo con il suo solito sorriso irriverente e gli occhi pieni di allegria. Si è fatto ricrescere i capelli nonostante la tragica stempiatura; anche se lui continua a dire di aver sempre avuto la fronte alta. È spuntata pure di nuovo la coda, legata con un elastico. Sembra uno scovolino da cesso bagnato.
Abbraccia prima me e poi Andre, che non manca di salutarlo con il solito “belin se fai schifo”.
Bruno si siede e riprende fiato, ordina un Americano a Luca e ci guarda. Si batte i palmi delle mani sulle cosce.
“E allora, come va fratelli?”, domanda. Come se niente fosse.
Andre storce la bocca e tira una sorsata con la cannuccia al Negroni.
“Che faccia come le lastre che hai, Ceva. Intanto dovresti dire oh scusate il ritardo cari amici miei. E poi finire con una delle tue solite musse colossali tipo che ti si è rotto il ferro da stiro o che tua zia ha avuto un attacco di cataratta.”
Bruno solleva le braccia e mi guarda, in cerca di sostegno.
“È un rompicoglioni, ma il Ferrando c’ha ragione una volta tanto”, gli dico.
Il Ceva sbuffa e si sistema la coda.
“Ok, dai. Visto che è la prima volta che ci guardiamo in faccia da mesi…”
“Matte, caso mai”, lo interrompe Andre. “Che non usa un telefonino moderno manco a morire. Io ti ho visto sul cellulare quasi tutti i giorni. E ti ho cavalcato come al solito a Fifa. Anche a distanza.”
Bruno strabuzza gli occhi e ride con sarcasmo.
“Mi hai cavalchè? Ma sei hai preso più botte dell’orso come sempre.”
“Piantala. Ho perso due volte l’altra sera perché avevo mal di testa e…”
“E insomma!”, sbotto io. “Possiamo sentire la palla di Bruno? Che tanto lo sappiamo, Andre. A FIFA sei pippa e vinci solo con me.”
“Oh, ecco.”, aggiunge Ceva. Poi si toglie la felpa e mette in mostra una maglia bianca con un gufo disegnato, tanto per cambiare. Bruno colleziona gufi in tutte le forme, fogge e fatture da quando ha sedici anni. Lo sento dire da almeno venti che prima o poi farà un corso da falconiere. Che si comprerà un gufo vero e lo lancerà dalla finestra di casa sua, per vederlo volare e cacciare nel suo territorio. Che farebbe già ridere così. Non fosse che è ancora più esilarante: perché Bruno abita al primo piano in un vicolo e il suo ipotetico gufo al massimo potrebbe farsi mezzo giro. Sempre che qualcuno non gli spari prima. Il Ceva posa la felpa.
“Dicevo, prima che il perdente mi interrompesse. Niente palle dopo mesi. Sono andato a casa di una.”
Andre mi guarda e sorride.
“Che ti avevo detto, Ciccio? È più forte di lui. Se ci fosse una mussa nuova all’orizzonte o tu che affoghi, tranquillo che va dove c’è la mussa.”
Bruno sbadiglia.
“No, Matteo lo salverei. Tra te e la figa sceglierei sempre la figa. Quello sì.”
Andre gli fa il dito medio.
“Insomma”, prosegue il Ceva. “C’è sta ragazza qui che convive con uno. Una specie di informatico mezzo buliccio che è in Oman a lavorare da sei mesi.”
“E che ne sai che è mezzo buliccio?”, domanda Andre.
Bruno si spazientisce e allarga le braccia.
“Sempre a interrompermi. E fammi finire, no? Me lo ha detto lei. Che non la tromba manco a morire. Che passa le giornate a sciare. Pure d’estate. Scia sui sassi questo, capite?”
Io scuoto la testa.
“No, non capisco. Ma ce n’è di scemi al mondo. Pensa a quello con cui sta Barbara.”
“Mauro Agnese detto bucodiculo”, interviene Andre puntandomi il dito. Io annuisco.
Bruno da un sorso copioso all’Americano.
“Mi fate finire, che cazzo?”
Io e Andre annuiamo.
“Insomma. Dovevo consolarla già mesi fa. Si sentiva sola, poverina. Sto qui in Oman, che già la tromba poco per sciare sui sassi. Poi la quarantena. Sono andato a darle un po’ di conforto, ecco.”
“Ah, lo chiamiamo conforto ora.”, dice Andre.
Bruno ghigna.
“E sappiamo tutti e tre che il mio conforto è più grosso del tuo, scemo.”
Andre alza lo sguardo al cielo e mormora un “aggiuttime segno”; io rido e sollevo in aria il mio rum cooler.
“Dai, che ti perdoniamo. Intanto sapevamo che il primo giorno dopo la quarantena l’avresti usato per vedere qualcuna prima di noi.”
Bruno tira fuori tabacco e cartine. E pure un tocco di fumo che inizia a sbriciolare.
“Ma sei scemo?”, chiede Andre.
Bruno alza le spalle.
“Eh, lo so. Maria non se ne trova. Mi sono dovuto accontentare del cioccolato del marocco sotto casa.”
“Forse Andre intende che non è il posto adatto.”, aggiungo io.
“Ma chissene, fratello. Primo giorno di libera uscita. Siamo all’aperto e Luca farà finta di niente come al solito. Su, non rompere.”
Io sospiro.
“Luca sì.” Alzo lo sguardo verso la scaletta che porta ai Bagni e abbozzo un sorriso sadico. “Ma l’altro che stiamo aspettando penso si incazzerà parecchio.”
Bruno mi guarda.
“E chi sarebbe?”
Punto l’indice verso l’ingresso.
“Eccolo che arriva.”
Bruno gira la testa. Resta paralizzato a bocca aperta ed emette un flebile e sofferto “e che cazzo”. Andre esclama il solito “oh belin”, mentre il nasone e i capelli corvini del vicequestore Guido Rocchetti si avvicinano ad ampie falcate.
Bruno afferra la mista con un “porca troia” e la imbosca. Andre scuote la testa.
“Dovevi rovinarci la giornata con quello lì per forza, Ciccio?”
Sbuffo.
“Dai, che vi è simpatico alla fine.”
“Eh sì, come un morto in casa”, commenta Andre.
Guido arriva al tavolo.
“Bella Mattè! Ragazzi.”
Io mi alzo, ci abbracciamo a lungo.
“Fatte un po’ vedè. Sei ingrassato, eh zozzone de zio?”
“Ti ci metti pure tu, Rocchetti? E basta, siete fissati con la mia linea. Ma non avete altro da guardare? Che so, tipo che mi sono fatto crescere la barba?”
Guido affila il nasone e strizza gli occhi.
“Eh, mo’ la chiamiamo barba? Sembri un cespuglio che rotola sulla Tiburtina. Rotondo e peloso.”
Bruno scoppia a ridere.
“Bella questa. Ciao sbirro, tutto bene? Le strade sono un po’ più sicure ora che ci sei di nuovo in giro tu?”
Guido serra la mascella e ignora la battutina: stende la mano al Ceva, che gliela stringe. Andrea fa altrettanto. Il vicequestore si accomoda e fissa Bruno.
“A parte che sta parola, sbirro, te esce pure male. Con una erre sola. Sbiro. Così sì che è dispregiativo. Puoi usare pure guardia. Che me piace de più. O pulo, pulotto, birro: bella questa. Manco ne conosci l’etimologia se va bene.”
Bruno lo guarda serio, a metà tra il confuso e il piccato. Poi si stira e sta per dare aria alla bocca con una delle sue troiate. Guido fissa il tavolo davanti a lui e scorge un po’ di tabacco sulla superficie.
“Stavi a rolla’, vero? Che dici, facciamo ‘na perquista de benvenuto?”
Bruno abbassa gli occhi sul tavolo, poi sorride al vicequestore.
“Ah, dai. Si scherza. Non iniziamo male, ti pare?”
“Ecco. Mejo.”
“Che bevi?”, intervengo io per stemperare la tensione.
“N’acqua tonica con ghiaccio e limone.”
Andre soffoca una risata. Quando Guido lo fulmina con lo sguardo assume un’espressione severa e dice “No, no. Giusto. Sei in servizio, ci mancherebbe.”
“No, non sto in servizio. Ma me va’ ‘na tonica. Problemi?”
Cerco di abbassare la tensione.
“Dai, ragazzi. Siete i miei migliori amici. Sono felice di essere qui con voi stasera. E brinderemo anche con l’acqua tonica di Guido, ok?”
Bruno sospira.
“Porta un po’ nero brindare con roba analcolica. Ma per questa volta…”
“… se va bene a voi…”, aggiunge Andre.
Luca prende l’ordine, Guido inizia a raccontarci di questi mesi sulla strada. Dei controlli, di come anche lui si sia dovuto armare di paletta e stivali e fare la sua parte. Dopo vent’anni.
La tonica arriva dopo poco, noi brindiamo mentre il sole inizia a scivolare dietro a Santa Chiara. Il mare esplode nel rosso e nell’arancione del tramonto, mentre il profilo del promontorio brilla come una scenografia illuminata da un faro alle sue spalle. Un refolo di brezza tiepida si solleva, riportandomi alle narici gli aromi dell’estate imminente e un intenso effluvio di gelsomino.
“Sei una troia!”, urla una voce alle nostre spalle.
Ci giriamo tutti e quattro all’unisono. Ad un tavolo poco lontano dal nostro siede una coppia. Di fronte a loro c’è un ragazzo in piedi. Trema, schiuma agli angoli della bocca e brandisce un coltello da cucina. Dalla terrazza si solleva qualche urlo, alcuni si allontanano.
Il giovane in piedi la minaccia ancora, allungando l’arma verso di lei arrivando a pochi centimetri dal suo viso.
“Hai giurato che non l’avresti più incontrato. Che saresti stata solo con me. E invece eccoti qui. Troia.”
La ragazza, bionda con i capelli a caschetto e un paio di occhiali da segretaria color fucsia, si allontana appena, tenendo gli occhi spalancati per la paura. Il labbro le trema. Alza le braccia.
“Fabrizio, ti prego. Abbassa quel coltello e parliamo. Ci siamo lasciati due anni fa. Lo sai, Pierfilippo è il mio nuovo compagno. Ne abbiamo già parlato tante volte.”
Si mette a piangere.
“Pier, ti prego.”
Il ragazzo urla, allunga un fendente nei confronti dell’altro uomo. Il ragazzo si para il viso con il braccio, il coltello affonda nella carne. Il sangue inizia a zampillare dalla ferita.
Guido borbotta un imprecazione a qualche santo meridionale e si alza di scatto. Si avvicina al terzetto. Quello con il coltello si gira a guardarlo.
“Fatti i cazzi tuoi, tu. Capito?”
Il vicequestore Rocchetti sospira.
“Eh, fijo, vorrei tanto. Me stavo a prende ‘na bella tonica col mio amico Matteo. Ma tu me stai a rompe li cojoni. E sono ‘na guardia, capisci? Nun se po’. Posa quell’affare, che ci facciamo male. Dai, core. Nun me rompe li cojoni.”
Il ragazzo si avvicina a Guido. L’espressione di Rocchetti cambia e anche la sua postura. Affina lo sguardo e si mette di traverso, in guardia.
“Posa quel cazzo di coltello.”
La sua voce è perentoria e calma. Serra il pugno destro, alzandolo all’altezza del petto mentre la mano sinistra è aperta, di piatto, all’altezza della pancia. Una sirena inizia la sua corsa, avvicinandosi sempre di più. Una frenata, i portelloni di un’ambulanza che si aprono. Il ragazzo ferito crolla a terra, girando gli occhi. La sua compagna urla. Guido si distrae un istante, osserva il giovane a terra ed i militi della Croce che si precipitano giù lungo la scalinata. Il tipo con il coltello ne approfitta. Scaglia un fendente al mio amico vicequestore, la punta taglia la polo di Guido. Poi un secondo colpo. Rocchetti schiva deviando il braccio, afferra il polso del ragazzo e con un colpo di schiena lo ribalta, atterrandolo. Gli si inginocchia sopra, piazzandosi sopra il collo e continuando a tenergli il braccio bloccato finché non molla l’arma.
Il clang del coltello a terra viene accompagnato da alcuni sospiri di sollievo e un timido applauso. Una seconda sirena, la volante della Polizia che si precipita ai Monumento. Due agenti accorrono in aiuto di Guido. Afferrano il giovane e lo ammanettano mentre lui continua ad urlare e sbavare. I poliziotti riconoscono il loro superiore.
“Dottore, comandi”.
“Seeh. Sto cazzo de comandi. Che ve devo comanda’? Portatelo via. E fateje fa’ pure i tossicologici. Che sto qui è pieno de crack come n’ovo de Pasqua.
Ambulanza e volante si dileguano. Luca il barista inizia a passare lo straccio sulla terrazza. Guido si siede di nuovo con noi dopo aver fatto una telefonata al magistrato di turno, relazionandolo sull’accaduto e accordandosi sulla deposizione. Rido pensando a come, quando parla con i giudici, il suo accento romano e tutte le sue inflessioni dialettali spariscono.
“Eccome, Mattè. Allora? Che dicevamo?” Tira un’occhiataccia a Bruno. “De quanto fa male la droga, vero?”
Cevasco ride con sarcasmo.
“Eh sì, Rocchetti. Crack e ganja stessa roba, vero?”
“Stessa merda. Già.”
I miei amici riprendono la loro solita discussione sulle droghe leggere. Io mi alzo, mi avvicino alla ringhiera della terrazza. Mi giro a guardarli e mi sento in pace. Uno dei quei momenti con loro che vorrei fotografare. Perché quando siamo assieme non provo più ansia; i miei pensieri si fanno leggeri come la mia anima.
Una fotografia che non posso scattare, che non restituirebbe comunque la felicità di questo momento. Chissà quante foto avremmo potuto e voluto scattare nella nostra vita. Quanti attimi impalpabili e perfetti come questo che abbiamo passato. E tutto si dissolve, finisce nei ricordi.
La mente ingloba tutto: gli istanti lieti, come questo, che sembrano durare niente ma li portiamo sempre con noi. E anche le storie tristi: che sembrano lunghe e infinite ma passano anche loro. E tante volte lasciano un segno. Come il Coronavirus.
Ma il bello della vita è proprio questo : che i momenti felici, alla fine, ci rimangono dentro più a lungo di quanto pensiamo. E sono i ricordi lieti a permetterci di andare sempre avanti.



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